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Pineta di Villa Massimo, il municipio: "A quattro anni dalla chiusura, avviate le procedure per riaprirla"

La presidente Del Bello: "Presto una conferenza dei servizi su un progetto che tenga conto del parere della Soprintendenza". Preoccupati i comitati cittadini: "Avvenga nel rispetto delle regole"

Quando si sono chiusi i cancelli, per il quartiere nato attorno a piazza Bologna, si è aperta la ferita. Chiunque cammini su viale di Villa Massimo, non molto lontano da Villa Torlonia, in uno dei municipi più verdi della Capitale, può vedere la preziosa Pineta di Villa Massimo, poi ribattezzata con il nome Giardino Giuseppe di Meo, trasformata dall'abbandono. Dietro ai cancelli che impediscono l'accesso al piccolo polmone verde che rientra all'interno dell'area di Villa Massimo l'erba è ormai alta, cumuli di rami e foglie sono sparsi a terra, le panchine sembrano ormai inutilizzabili e al centro spicca un manufatto di legno che non è mai stato terminato. Il prossimo 13 gennaio saranno passati quattro anni dal primo giorno di chiusura ma l'amministrazione municipale promette che non si arriverà alla ricorrenza del quinto anno. “Stiamo lavorando per aprirla al più presto” ha spiegato a Romatoday la presidente del II Municipio Francesca Del Bello.

IL PUNTO VERDE INFANZIA - Secondo la convenzione stipulata tra il Comune di Roma e i vincitori del bando, fino al 2021 sarebbe dovuto essere un 'Punto verde infanzia', con giochi per bambini e un punto ristoro. Il gestore, al posto di pagare un canone, avrebbe dovuto garantire la manutenzione del verde. Ma dal 2001 ad oggi, tra modifiche al progetto, battaglie giudiziarie portate avanti dalla cittadinanza, ricorsi e controricorsi, a sopravvivere è solo il 'bistrot' la 'Casina dei Pini', ovvero il punto ristoro che era stato previsto dalla convenzione. Nel novembre del 2014 l'Ufficio di Scopo creato ad hoc per la gestione dei Punti verde ha annullato in autotutela tutte le autorizzazioni, dalla prima convenzione alle successive modifiche approvate negli anni.

Una decisione assunta dopo alcune “censure” riconosciute dal Consiglio di Stato, su primo ricorso al Tar dei comitati cittadini, in merito ad alcune modifiche apportate in corso d'opera alla composizione dei soggetti vincitori, e sopratutto dopo aver verificato che prima di concedere le autorizzazioni, trattandosi di un'area vincolata, l'amministrazione avrebbe dovuto richiedere parere della Sovrintendenza. Che non è stato chiesto. Contro la sospensione delle autorizzazioni, il gestore, la Dafi srl, ha fatto ricorso al Tar, che lo ha rigettato a marzo. La sentenza del tribunale amministrativo è stata impugnata al Consiglio di Stato. La discussione è prevista per il 26 aprile prossimo. 

IL PIANO DEL MUNICIPIO - Il Municipio però non vuole perdere altro tempo. “Il 18 novembre scorso il dipartimento Tutela Ambientale capitolino, da sempre responsabile dell'area, ha passato la competenza della gestione del giardino agli uffici municipali. L'ha richiesto lo stesso municipio con una memoria di giunta approvata il 12 ottobre”. Agli uffici di via Tripoli sono così passate non solo le aree inferiori ai 5 mila metri quadrati, così come previsto da una precedente delibera di Marino, ma anche tre spazi ritenuti di “particolare importanza per il tessuto municipale” di metratura superiore. Tra questi, il Giardino Giuseppe Di Meo, di circa 7 mila metri quadrati. “Vogliamo che il parco riapra secondo un progetto che tenga conto delle valutazioni della Sovrintendenza, così come indicato anche dall'ultima sentenza del Tar. Abbiamo chiesto al gestore di presentarci il progetto entro gennaio per poter poi aprire una conferenza dei servizi che in poche settimane permetta di arrivare alla riapertura dell'area” ha continuato la presidente Del Bello. 

LA RICHIESTA DEL DIPARTIMENTO - Gli uffici si erano già mossi. Il 23 settembre scorso, con una lettera, il dipartimento Tutela Ambientale ha chiesto al Mibact “l'autorizzazione del titolo concessorio con le misure di salvaguardia”. Di fatto interpellando la Soprintendenza. Un modo per far ripartire l'autorizzazione sospesa in 'autotutela' nel 2014.

LE RICHIESTE DELLA SOVRINTENDENZA - Per la Sovrintendenza, però, “la richiesta dell'autorizzazione alla concessione" da parte del dipartimento "non è stata accompagnata da un'adeguata istruttoria che, dichiarando titoli e presupposti, relazionasse sui fatti alla base dell'istanza, esplicitando se ricorrano le condizioni di legittimità dei luoghi, individuando inoltre le aree specifiche soggette alla convenzione". Per la Sovrintendenza la documentazione prodotta "non è adeguata". Mancano per esempio "l'attestazione della legittimità dei luoghi", "l'esatta estensione e le condizioni dell'area da concedere" e "la sequenza delle foto storiche". In sintesi il Comune avrebbe dovuto fornire "i materiali che definiscono l'entità della trasformazione". La Sovrintendenza invita il Comune "a rispondere al più presto alla richiesta di integrazione" e al contempo a procedere con "la messa in sicurezza del parco". Il parco è infatti soggetto a “un duplice regime di tutela” si legge in una precedente parere che risale al luglio del 2014, ed è quindi “soggetto al parere obbligatorio e vincolante dei competenti organi ministeriali”. 

IL COMITATO CITTADINO - Ai comitati cittadini, però, la richiesta al Mibact da parte del dipartimento per chiedere il rilascio delle autorizzazioni non è piaciuta. “Il Consiglio di Stato ha annullato la convenzione, il Comune ha revocato la convenzione, il Tar il 18 marzo scorso ha confermato questa decisione. Perché allora il dipartimento Ambiente ha avanzato la richiesta del rilascio del titolo concessorio?” si chiede Massimo Centili del Comitato per la Difesa della pineta di Villa Massimo. “Noi vogliamo la riapertura della pineta ma nel rispetto delle regole".

LE DEMOLIZIONI - "Ricordo che il Municipio nel marzo del 2015 ha emesso tre determinazioni dirigenziali con ingiunzioni di demolizione di 'opere abusive' di alcuni manufatti realizzati all'interno dell'area”. Si tratta di alcune modifiche al punto ristoro (un ampliamento della costruzione, la sostituzione degli ombrelloni con una struttura in legno coperta) e di alcuni cambiamenti nel primo progetto della cosiddetta 'area ludica'. In particolare, dei manufatti in legno, che oggi si possono vedere dalla strada, che avrebbero dovuto sostituire le cosiddette 'giostrine' dopo che nel 2009 uno dei due soggetti vincitori del bando, quello con il titolo di 'spettacolo viaggiante', si è dichiarato indisponibile a portare avanti quanto richiesto dalla convenzione. Le tre opere oggetto delle tre 'ingiunzioni a demolire' erano state approvate con altrettante determinazioni dirigenziali che si sono succedute dal 2006 al 2010, poi rese nulle dall'annullamento in autotutela della convenzione. Da qui la richiesta di demolizione per “mancanza di concessione edilizia”. 

Per i cittadini “il Dipartimento Tutela Ambientale, inoltre, ha avanzato questa richiesta pur non avendo alcuna competenza sui Punti Verde Infanzia, che spettano invece all'Ufficio di Scopo. Solo la manutenzione dell'area spetterebbe a quel dipartimento”. Per il Comitato nemmeno il Municipio si può occupare della riapertura: “Si tratta di un'area vincolata: spetta al Comune procedere con la riapertura. Segnaliamo infine che contrariamente a quanto previsto per legge per gli esercizi commerciali all'interno delle aree verdi comunali, il bistrot resta aperto anche la sera, ovvero non solo dall'alba al tramonto”. 

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